lunedì 27 luglio 2020

Turno di Notte 2020 - Cogito ergo sum

versione iniziata alle 10 del 25 e servita alle ore 3 del 26 luglio 2020
per il concorso "Turno di Notte"


Cogito ergo sum – Stefano Samorì

L'incipit di Carlo Lucarelli da cui proseguire nella scrittura: 
Ci sono desideri che sembrano impossibili, così grandi e così complessi, così difficili che figurarsi, e invece in un attimo, come per caso, si avverano.
E ce ne sono altri che sarebbero lì, a portata di mano, di dito, addirittura, e poi niente, via, svaniti, scomparsi.
E questo?
Qual era, cos’era, questo?

Svegliarsi rendendomi conto di essere nel buio totale non era stato piacevole.
Steso, sdraiato su una superficie morbida.
Silenzio totale attorno a me.
Sentivo solo il mio respiro.
Provai a muovermi ma non avevo molto spazio intorno. Le mani toccarono subito una superficie morbida, sembrava un cuscino, un esteso cuscino. Potevo sentire i bottoni che fermavano l’imbottitura.
Tutt'intorno sentivo solo imbottitura e bottoni.
Quattro angoli squadravano lo spazio attorno a me.
Provai a ruotarmi ma non avevo spazio sufficiente per farlo.
Non poteva essere che quello che ormai pensavo.
Non dovevo pensarci, era da impazzire affogato nella follia.
Come potevo esserci finito se non ricordavo di essere morto.
Nessuno ricorda di essere morto, del resto nessuno dovrebbe risorgere in queste condizioni.

sabato 25 aprile 2020

Turno di Notte 2019 - Ricordi




versione scritta e servita alle ore 5 del 6 luglio 2019
per il concorso "Turno di Notte



“Erano due, e un attimo dopo tre. 
Ma all'occhiata successiva, giusto il tempo di abbassare lo sguardo, non c’erano più”.
“E perché?”
“Non lo so. Non era la domanda più importante, in quel momento. Avevo una strana sensazione”.
“Preoccupazione? Inquietudine? Paura?”.
“No. Direi sollievo. Di più…felicità. Gioia”.
Come ci ero arrivato, mi chiederete?
“È una lunga storia”.
“Adalgisa era la più veloce, ma anche la più bella, e tutte le pattuglie la fermavano”.

Queste erano alcune frasi che qua e là avevo letto all'interno di un piccolo quaderno giallo trovato nella cantina dei nonni.
“Alessandro, andiamo a cenare che il nonno sai che non vuole si faccia tardi”.
“Ti ho già chiamato tre volte…” Mi disse ancora la mamma richiamandomi all'ordine.
“E non prendere in casa altri fumetti…” continuò, mi piacevano i vecchi Tex del nonno.
Sembrava mi avesse letto nel pensiero, dicendomelo.
Lasciai il vecchio quaderno, molto a malincuore, dove lo avevo trovato.
Cosa ci sarà scritto, chi lo avrà scritto, dove, quando… molte domande mi correvano per la mente mentre mia madre mi stava dicendo qualcosa…
“Come hai detto mammina?” cercando di essere servizievole.
“Passa il parmigiano al nonno che te l’ha chiesto da mezz'ora” mi rispose un po’ alterata.
“Su dai, lascialo respirare un po’, sto povero bambino, che è stato così bravo a scuola” intervenne, con mia somma gioia, la nonna.
La mamma sintonizzò lo sguardo su “poi facciamo i conti dopo”.
Ma i conti dopo non li facemmo, almeno quella sera.
Mi aspettavano gli amici al campetto di calcio per una nuova mitica partita, e la fuga immediata dopo cena impedì alla mamma di fare conti.

Il mattino dopo, tornai in cantina a rovistare. La cantina dei nonni era una miniera di materiale da scoprire, o di roba da buttare, diceva la mamma.
Che poi in parte aveva anche ragione, ma a dieci anni tutto quello che era più vecchio di me, sembrava mitico, come provenisse da un remoto passato che nascondeva misteriosi segreti.
Quel quaderno era molto più vecchio di me. Si capiva dagli angoli consumati della copertina. Dal tema raffigurato nella prima pagina. Dall’aroma che emanava, qualcuno avrebbe detto puzza, di polvere, umida e stantia.
Cominciai a leggere.
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“È una lunga storia”.
La mattina in cui mi catturarono era una bella mattina di gennaio, di quelle belle fredde, di quelle che la neve in collina arriva ai primi piani, di quelle che si starebbe meglio in una casa con il camino acceso, avendo la legna da bruciare.
Nel 1944 ormai di legna non ne era rimasta molta. Troppi inverni di ristrettezze e razionamenti ci avevano portati al disastro finale che si prospettava.
A noi renitenti alla leva non restava che la fuga nei boschi delle nostre colline. La pena era la fucilazione e tanto valeva fare qualcosa per cercare di liberarci.
La repubblica, perché poi chiamarla repubblica, di Salò e la linea Gotica, avevano congelato tutto il nord dell’Italia nell'attesa sfibrante di essere liberato.
A vent'anni non avevamo mezze misure, e fare il partigiano era meglio che fare il repubblichino. Certo non tutti la pensavano così.
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Mi fermai pensando a quello che leggevo. Di cosa stava parlando il quaderno? Chi erano questi partigiani?
Andai a chiedere alla mamma, che prima si lamentò del fatto che la storia a scuola non si fa più, poi che non aveva tempo e infine mi girò verso mio padre, che era al lavoro fino a sera…
Per questo l’unica era andare su internet e cercare.
Peccato che si trovasse di tutto, chi ne parlava bene e chi male. Chi parlava bene dei partigiani e chi ne parlava male.
Parteggiavo per i partigiani, ma forse era perché il protagonista misterioso lo era?
Tornai alla lettura del quaderno.
La storia si dilungava su diverse azioni compiute dal protagonista.
Era un diario di azioni pericolose, di nemici e amici morti.
Fino a che anche il mio “amico” fu catturato.
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E un giorno mi catturarono
Dopo un sommario processo, e dopo avermi picchiato per fare vedere che erano dei duri, senza che avessi detto niente, il capitano dei repubblichini mi condannò a morte.
Il mio gruppo aveva attaccato due camion di tedeschi e fascisti che erano appena stati a rastrellare un paesino vicino picchiando e facendo quello che volevano.
Inferiori di numero, dopo averli mitragliati e averne uccisi qualcuno e finito l’effetto sorpresa, eravamo dovuti scappare in fretta in tutte le direzioni.
Purtroppo, alcuni di noi erano stati catturati.

Quella mattina del gennaio del 1944, ero davanti a un quartetto d’italiani vestiti di nero, magari con qualche strappo ai vestiti, che ormai eravamo alla fine della storia.
In tre mi puntavano contro i loro moschetti. Il quarto, poco più anziano ordinava.
Al primo sparo, due moschetti scoppiarono mentre il terzo fallì il bersaglio.
Non sentii neanche il sibilo sfiorarmi. Se volevano spaventarmi, con quei due scoppi, a loro insaputa lo avevano fatto.
Dopo una serie di bestemmie che pronunciarono in coro, pur diverse tra loro, che tanto erano già destinati all'inferno, andarono a prendere altri moschetti che avevano dentro la baracca lì a fianco.
Mi venne quasi da ridere, ma vista la situazione, cercai di stare serio.
“E perché?”
“Non lo so. Non era la domanda più importante, in quel momento. Avevo una strana sensazione”.
“Preoccupazione? Inquietudine? Paura?”.
“No. Direi sollievo. Di più…felicità. Gioia”.
Sapete quella sensazione che avete in cui siete certi che il prossimo numero che estrarranno vi garantirà di fare tombola?
Quella gioia.
Si rimisero in fila, due che erano ancora tutti neri dell’esplosione avvenuta prima che non so neanche se ci vedessero bene, con i nuovi fucili, assieme al “cecchino” di prima.

Che poi non è che dovessi lamentarmi della mancata organizzazione, del resto era sempre stata un po’ così anche in tempi migliori, non potevano certo arrivare tutti i treni in ritardo neanche allora.
“Pronti, attenti, via…” ci fu una grossa esplosione e non riuscirono a fare altri spari.
Uno scomparve disintegrato, gli altri volarono via, “Erano due, e un attimo dopo tre. Ma all'occhiata successiva, giusto il tempo di abbassare lo sguardo, non c’erano più”.
Anch'io caddi indietro spinto dallo spostamento d’aria, quasi illeso, a parte una ferita a una gamba e un’altra a un braccio.
Uno del plotone di esecuzione, andando indietro doveva aver premuto un qualche ordigno che era rimasto inesploso fino a quella mattina.
Non era rimasto molto dei quattro ragazzi che volevano fare il bene dell’Italia.
Un po’ mi dispiaceva comunque, per com'erano arrivati a pensare che quella fosse la strada giusta da percorrere.
Adalgisa arrivò per prima con la sua bicicletta pensando che fosse oramai successo l’irreparabile.
Subito dietro di lei arrivarono gli altri compagni, armati e decisi a liberarmi.
“Adalgisa era la più veloce, ma anche la più bella, e tutte le pattuglie la fermavano”.
Lo diceva sempre il nostro capitano. È perfetta per distrarre le pattuglie. La perquisiscono ogni volta inutilmente mentre altre passano senza farsi notare e portano ordini.
“Non è niente di grave, non ti preoccupare” le dissi.
Aveva uno sguardo preoccupato ma felice nel medesimo momento.
“Devo dirti una cosa Antonio” Antonio ero io.
“Che succede d’altro” le dissi preoccupato.
“Aspettiamo un bambino e lo voglio chiamare Licinio”.
“Licinio?”
“Ma come ti viene in mente di chiamarlo Licinio?”
Le risposi, come se non fossi sorpreso, scherzando sul nome che in realtà piaceva anche a me.
“Brutto… coso… che non sei altro, sono incinta e adesso devi fare il tuo dovere, e il nome lo scelgo io”.
Disse abbracciandomi e baciandomi facendomi anche provare un gran male al braccio ferito con la stretta.
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Licinio!
Ma, è il nome del nonno…
Quello che vuole sempre cenare alle 18:30.
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“È una lunga storia”.
Mentre eravamo abbracciati Ada ed io, e assieme ai miei compagni festeggiavano lo scampato pericolo, sentimmo arrivare un camion da dietro la curva che dava nella cava dove eravamo.
I camion li avevano solo i tedeschi, se trovavano carburante per farli viaggiare.
E, infatti, non facemmo in tempo a scappare che il camion arrivò.
La sparatoria che ne scaturì vide la morte di metà dei miei compagni e la cattura degli altri.
Ne uccidemmo molti anche noi, ma la consolazione era molto magra.
Persi di vista Ada.
Fummo deportati in un campo di concentramento dopo un viaggio durato giorni su un carro bestiame.
Il campo era in Polonia
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Il bisnonno continua descrivendo situazioni che non possono essere accadute. Persone lasciate morire di stenti, la caccia ai topi per nutrirsi, forni in cui erano bruciati i cadaveri, camere in cui erano uccise persone con gas…
Non possono essere successe queste cose.
Il solito internet mi dovrebbe fornire maggiori informazioni. Ma anche questa volta trovo di tutto, anche chi dice che queste cose non sono mai successe.
Perché il bisnonno dovrebbe mentire nel suo diario?
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Finalmente tornammo a casa. L’Italia aveva perso la guerra. Il fascismo era stato sconfitto. I treni continuavano come prima a fare come potevano.
Ritrovai Adalgisa. Era riuscita a scappare e non l’avevano catturata. Era davvero veloce in bicicletta. Il mio Licinio mi aspettava con lei.
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Andai da mamma per farle vedere il quaderno che avevo ritrovato in cantina in mezzo ai tanti fumetti del nonno.
“Mamma, guarda cosa ho trovato in cantina”.
La mamma stava per sgridarmi, ma si fermò quando vide la copertina del quaderno.
Lo prese e lo accarezzò, come se avesse ritrovato un vecchio amico.
“Va bene, Alessandro, adesso parliamo dei bisnonni Antonio e Adalgisa.

domenica 2 luglio 2017

Ricordi Farciti

Ricordi Farciti

versione scritta e servita nelle 5 ore del 22 aprile 2017
del concorso  "Premio Letterario Città di Castel San Pietro Terme"


La piazza era come la ricordavo.
Era da tanto che non mi recavo più in quel comune in cui avevo lavorato tanti anni prima.
Mi erano rimasti solo i buoni ricordi.
Abbiamo un fantastico meccanismo del nostro cervello, che ci fa dimenticare le preoccupazioni e le angosce passate, oggi dissolte e derubricate in esperienze di vita.
Poi ci sono le persone che hai conosciuto, alcune speciali e altre di cui hai dimenticato perfino l’esistenza.
Si dice sempre che “ci rivedremo”, “verrò a trovarvi”…, ma poi la vita ci porta verso altri lavori, altri colleghi e verso altre situazioni, mentre il tempo passa, e quando ti rendi conto che sono passati dieci anni, capisci che è assurdo andare a trovare persone che hai dimenticato, come loro hanno dimenticato te.
Corri solo il rischio che capita a certi pensionati che tornano a trovarti sul luogo di lavoro, commoventi nel cercare di interpretare l’ormai perduto ruolo che avevano scambiato, per l’agognata ma noiosa, vita da pensionati.
Comunque ero tornato per un concorso di scrittura in diretta. Armato di pc e mouse e per cinque ore scrivere un racconto da zero, parlando del paese che ci ospitava.

sabato 23 gennaio 2016

Tempi

Tempi

1938
Giuseppe Rossi guardava fuori dalla finestra della cucina di casa sua.
Impaurito da quello che succedeva in piazza. In"Piazza Impero Italiano d'Etiopia”.
I suoi genitori erano dietro di lui e guardavano atterriti il pestaggio che stava avvenendo poco lontano da loro.
A 8 anni certe cose non si capivano, e certo non poteva capire quello che stava accadendo, ma comprendeva, comprendeva bene che stavano facendo molto male a quel ragazzo di vent'anni.
Il ragazzo, a terra subiva pugni, calci, sputi. Quegli uomini vestiti di nero urlavano, sbraitavano di tutto. Come scimmie il branco alimentava la propria rabbia. Gli dimostravano tutto il loro disprezzo e lo facevano capire anche a tutte le brave persone che guardavano. Alcune imbarazzate, altre divertite, altre...indifferenti.
I genitori commentarono con una parola, qualcosa che il piccolo Giuseppe non aveva mai sentito. Sussurravano ”...invertito”, o qualcosa del genere.
L'aggressione finì solo quando arrivò la mamma del ragazzo. Si mise in mezzo prendendosi anche lei qualche ultimo schiaffo.
Ma tanto bastò per farli smettere "...ti lasciamo alla mammina, ma non ti fare più vedere in giro a disturbare i veri uomini... ti lasciamo con la mammina..." il loro linguaggio era povero, e giù risate.
Giuseppe di quell'età avrebbe ricordato poco di più di quel solo episodio. Il piccolo paese dove abitavano era al centro di niente, nel bene ma sicuramente nel male.
E di “Invertito” aveva capito che non era una buona cosa, anche se ancora non sapeva cosa volesse dire.
Il ricordo dei genitori, che ne parlavano facendosi il segno della croce, gli rimase per molto tempo.

lunedì 1 giugno 2015

INVERNO

AVVISO IMPORTANTE
Vista il tema affrontato, la lettura del racconto è sconsigliata a minorenni o a persone facilmente impressionabili.

Menzione speciale Concorso internazionale per racconti brevi Premio letterario “La Valle delle Storie”

INVERNO

Stella si trascinava sulle stanche gambe. La neve le arrivava fino al ginocchio e, pur essendo passati pochi minuti dalla sua fuga dal capanno in mezzo al bosco, era faticoso proseguire. I suoi aguzzini, stanchi, ubriachi d’alcool e di altre sostanze, erano crollati a terra senza far caso al lucchetto, aperto, nella catena di Stella. L’avevano legata in fretta e male. La porta d'accesso non era chiusa.
Non avrebbe voluto andarsene da sola. Sarebbe voluta scappare con le altre due ragazze. Ma i loro lucchetti non erano aperti. Le aveva lasciate dicendole che sarebbe tornata per liberarle.

Tutto era iniziato sei mesi prima. Aveva partecipato ad un concorso di bellezza nella sua Albania. I  vent’anni e le forme giuste avevano vinto. Gli organizzatori le avevano proposto una tournée in Italia.
In patria il lavoro non c'era e le avevano promesso che in Italia avrebbe trovato “sicuramente” qualcosa d’interessante. Conoscevano persone che cercavano ragazze giovani e di bell’aspetto per presentazioni di prodotti, per fare da hostess in fiere e cose del genere. Stella conosceva anche l’italiano e questo sarebbe servito.
“magari ti trovi un bel ragazzo italiano che ti sposa” le avevano buttato lì.
E di ragazzi italiani ne aveva trovato tanti. Per lo più erano ex-ragazzi molto cresciuti. Lei piaceva molto agli uomini e il lavoro in Italia non le sarebbe mai mancato.

mercoledì 25 febbraio 2015

Quello che le donne non dicono.

Questo il racconto che verrà letto il 2 marzo a Imola.


LA PALESTRA

 
Sabato pomeriggio in palestra. Invece dello shopping e meglio delle pulizie di casa… . La mia amica Maria mi aveva convinto ad iscrivermi. Giusto per fare un po’ di movimento. Mi aveva detto. Ma perché andarci così tardi. E fare tutto di corsa perché la palestra stava per chiudere.

Era sempre stata lei a proporre, ad organizzare. Amiche da sempre anche per quello. Io quella tranquilla e pacata, a volte anche noiosa. Lei sempre in accelerazione sulla vita. Mi faceva comunque bene vederla adesso che ero anche sola.

andiamo in palestra, facciamo un po’ di moto che ci fa bene … e ci tira su l’umore”.

D’accordo sul moto, ma essere le più anziane presenti non mi alzava molto il morale.



Forse un tempo eravamo state desiderate e desiderabili ? 
E chi se lo ricorda più. Comunque quel tempo era passato, almeno per me.

domenica 18 gennaio 2015

Il nostro due agosto (nero) 44 racconti sulla strage di Bologna raccolti e curati da Luca Martini

Il mio contributo a "un libro in cui si raccontano le sensazioni, le paure, gli odori, le speranze di quei drammatici momenti. Un libro a più voci."

Il 2 agosto 1980 ero un ragazzino quindicenne.
Al mio paesello si stava svolgendo la festa dell'amicizia. La corrispondente festa dell'unità della democrazia cristiana.
Si stavano già sperimentando le comunioni di intenti. Infatti, nella settimana successiva, le medesime strutture sarebbero state prese in carico dai comunisti per la loro festa dell'unità (e non sparivano bambini !!!).
Aveva un senso costruire qualcosa assieme e usarlo quando necessario.
I miei genitori erano volontari a tempo pieno alla festa, mia madre in cucina, mio padre tuttofare.
Io dovevo dare una mano, che non davo, e quella mattina eravamo tutti nel piazzale intitolato a J.F. Kennedy, mentre si stava preparando tutto per il pranzo.
Già si sentivano i profumi della carne alla griglia e del ragù fresco.
Allora non c'erano internet né i cellulari e le notizie arrivavano con l'Edizione Straordinaria del telegiornale, il mitico tg1.